Descrizione
Stefano non si è mai spinto oltre il bosco: conosce solo la valle con i suoi sentieri, le lepri e i contadini scontrosi. I suoi amici sono Emma, che ha imparato a leggere dal listino dei prezzi di una fiera, Augusto, che intaglia statuine e non è mai triste e Giosuè, forte e atletico, che le prende dal padre. Insieme sognano di imbarcarsi per mari lontani, di cimentarsi in grandi avventure per dimostrare il loro valore. Ma quando una compagnia mineraria invaderà la loro valle capiranno che anche lì, tra le case spoglie che li hanno visti crescere, ci sono cose per cui vale la pena combattere, e che i nemici reali sono più insidiosi degli orchi con cui lottavano da bambini.
Esther_admin –
“Mi sono trovato a divorare i capitoli nonostante la mole delle pagine. Ho apprezzato molto il modo di scrivere, concreto e facile da leggere ma anche fantastico a volte come in un sogno. Mi è piaciuta molto la descrizione della natura e dei sentimenti che coinvolgono i protagonisti. La lunga lettura è stata ricompensata.” R – 64 anni
Esther_admin –
“Romanzo di formazione con qualche elemento fantastico, che inizialmente fa sentire nostalgia dell’infanzia e diventa poi una storia dal respiro universale, raccontando battaglie e compromessi nel tentativo di salvare ciò che ci è più prezioso. Scrittura sentita e dettagliata, alcuni personaggi restano poi con noi.” C – 32 anni
Esther_admin –
Recensione di Rosa Rossi su https://librisottobraccio.blog/
Leggendo Matteo Pellegrini, Cacciatori di topi, Temposospeso, Minceto 2024
“per noi leggere è (anche) uscire dal tempo e dimenticare per un po’ di rientrare…”
È l’aforisma posto ad apertura del sito di Temposospeso. Editoria di resistenza.
Lo faccio mio, come incipit per parlare di Matteo Pellegrini, Cacciatori di topi, 2024 e, idealmente, per rispondere alla domanda che segue (e per te?).
Una domanda innocua e all’apparenza semplice. Ma è proprio così? Provo a rispondere, con il pensiero ancora immerso nelle 468 pagine di Cacciatori di topi (compreso l’indice, fondamentale per capire a fondo la narrazione).
Immergersi nella lettura di un romanzo, in molti casi, significa sospendere lo sguardo e l’attenzione sul mondo circostante (‘uscire dal tempo’) per immergersi in un mondo e in un tempo differente, magari (più o meno) estraneo, dal quale, a sua volta, può essere difficile riemergere. Più l’autore è riuscito a rappresentare quel mondo (ambiente, personaggi, fatti, ecc.), più abbandonarlo sarà complicato. In qualche modo quel mondo sarà confluito nel lettore che, nel cuore e nella mente, lo manterrà vivo.
Dopo avere terminato la lettura, ho lasciato decantare per un paio di giorni. Poi ho appuntato sull’agenda, in ordine sparso, le parole che mi tornavano alla mente, come promemoria.
Dalle prime pagine, si viene trasportati in un mondo diverso (oggi sostanzialmente estraneo ai più) – lontano nello spazio e nel tempo, difficile ma non impossibile da circoscrivere: tra valli e montagne, in una comunità coesa, in larga parte autosufficiente – e in un tempo indefinito – manca qualsiasi riferimento a vicende datate – ma per il quale due termini (impero e regno) suggeriscono la collocazione cronologica nella seconda metà dell’Ottocento.
È inevitabile pensare all’Altopiano di Asiago per un fatto oggettivo (è la terra dell’autore) e per un fatto soggettivo (è la terra di una parte della famiglia di chi scrive).
Nella prima parte, i protagonisti sono ragazzini. Crescono, collaborano alle attività di tutta la famiglia, tra prati, boschi, valli come raccoglitori, boscaioli, contadini in erba, a diretto contatto con i (pochi) animali d’allevamento e gli animali selvatici. Per il resto, liberi di vagabondare, di inventare giochi arrampicandosi per ogni dove e costruendo case, rifugi e, perfino, castelli, tra i rami degli alberi, sui quali e grazie ai quali vivono. E liberi di non rispettare gli orari, abituati come sono a vagabondare anche a tarda ora nel buio o alle prime luci dell’alba, ossia nelle ore dove il mondo reale lascia spazio anche a presenze magiche (i ‘geni’ – i fuochi fatui – che brillano tra il fogliame). È la libertà tipica dei bambini di una volta che nascono, crescono e diventano adulti in un mondo circoscritto, prevedibile e, sostanzialmente, senza pericoli che non siano quelli derivanti da un fatto atmosferico eccezionale o dalla morte di un animale indispensabile per il lavoro e la sopravvivenza …
Un anno dopo l’altro, i bambini crescono e il mondo intorno a loro si complica, a partire da un fatto casuale di cui, involontariamente, si rendono protagonisti: nella comunità si è installata una popolazione indesiderata di topi (o, meglio, ratti) che distrugge i raccolti e danneggia gli animali da allevamento. Questa presenza causa, indirettamente, la scoperta del carbone e il conseguente suo sfruttamento su larga scala. Da qui in poi il mondo circoscritto della comunità non è più lo stesso. L’ambiente naturale ne risulta inquinato. La comunità – prima coesa e solidale nell’affrontare le difficoltà – deve imparare a confrontarsi con il potere economico e politico. Le regole della comunità originaria vengono sovvertite da altre, estranee, incomprensibili per i più, destinate a modificarla se non a cancellarla.
Realmente, si entra a fare parte di quella comunità, si partecipa alla crescita dei protagonisti, delle loro famiglie, del mondo allargato che risulta dall’introduzione del lavoro nella cava di carbone al punto che si fatica a rientrare nel proprio.
Poi rimane il tempo della riflessione. E allora ci si interroga sul romanzo.
Il punto di partenza è proprio l’indice che chiarisce, anche visivamente, la struttura della narrazione di complessivi 52 capitoli, distribuiti in tre parti. I titoli iniziano alternando variamente Dove … / In cui … seguiti da un suggerimento sul contenuto, senza peraltro svelare nulla di sostanziale (perché il lettore deve essere incuriosito e guidato ma deve addentrarsi autonomamente nella narrazione). In corso di lettura ne ho ricavato la netta sensazione che la modalità della narrazione sia debitrice all’epica, quasi che un antico cantore avesse messo insieme tutte le vicende allo scopo di ricostruire un mondo con il quale ha condiviso luoghi, cose, fatti, persone, ciascuna nel suo specifico ruolo e portatrice del dramma individuale come parte essenziale del dramma collettivo. L’epica in versi (suggeriti dai titoli dei 52 capitoli), come è già accaduto con altre forme di epica negli ultimi secoli della storia letteraria europea, abbandona la forma metrica per trasformarsi in una prosa capace di mantenere la forza di comunicare un mondo nella sua totalità e nelle sue trasformazioni.
E nel passaggio da testo in versi a testo in prosa, mantiene le caratteristiche di un opera mondo, secondo la definizione di Franco Moretti (in Opere mondo. Saggio sulla forma epica dal Faust a Cent’anni di solitudine, Einaudi 1994).
La consuetudine con l’epica omerica e le sue riprese e trasformazioni nel tempo e la lettura di ‘opere mondo’ nate tra Ottocento e Settecento, mi fanno ipotizzare che valga la pena approfondire la questione di “Cacciatori di topi” anche alla luce di studi più recenti.
Pietro Alfano –
Più che una piacevolissima sorpresa, un libro
che sa davvero emozionarti e vivere insieme ai suoi protagonisti la nostalgia di tempi e atmosfere lontane e vista la giovane età del suo autore Matteo Pellegrini, fa ben sperare nella creatività dei suoi prossimi lavori.