Descrizione
Qui c’ è uno che dice io. E che dice Giacomo. Che Giacomo sarebbe un alter ego se non fosse che tutti gli ego presenti o assenti nel romanzo sono alter ego. Dunque, qui c’è un romanzo polifonico. Individuale e corale. Tanto più individuale quanto più è corale.
Nessuno dei personaggi del romanzo esiste da solo. Soprattutto quando appare solo, solo da morire. Sono gli altri che giustificano e garantiscono la sua solitudine. Che è la solitudine di tutti.
Ci sono i preti in questo romanzo. Tanti preti. E quello che dice io in questo romanzo, da bambino voleva essere un prete anche lui, E diceva messa sul poggiolo. E poi ci sono i morti nel momento in cui muoiono, qua dentro. Morti le cui morti chi dice io non è degno di nominare. Tantomeno di descrivere. Poi ci sono le coppie che una sera fanno i corsi di preparazione al matrimonio e l’altra sera fanno gli scambi di coppia. E c’è l’utopia fuori tempo massimo. La disperazione che tira il calcio di rigore. La speranza in zona Cesarini. C’è la lingua locale, che è così vicina alle cose che probabilmente Dio le cose le avrebbe create nominandole in ogni luogo nella lingua locale. E un sacco di altra roba. Tanta roba, come si usa dire. E c’è l’odio, l’orticaria per tutte le frasi che si usa dire.
"Da bambino mi vestivo da prete. Non so se fossi innamorato di Dio. Forse più di Gesù. Che è Dio e non è Dio, così come ogni figlio è il padre e non è il padre. Con mia nonna seguivo la poesia della liturgia, con mio papà andavo a messa la domenica. Da bambino con la nonna andavo dietro alle rose di Santa Rita, al pane benedetto di san Biagio, ai sepolcri, alle candele della candelora, alla Via Crucis. La messa la sentivamo, io e mio papà, nel coro, dietro l’altare, infilati in quello scranno di noce marrone scuro disposto a semicerchio, che aveva lo spazio per appoggiarci i gomiti. Mettevamo i gomiti in quelle scanalature, intrecciavamo le dita delle mani. Che puoi stare a mani giunte come un santino o come un bambino della comunione o puoi intrecciare le dita delle mani e bon. Noi, io e mio papà, intrecciavamo le dita delle mani."
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