Descrizione
In 87 brevi racconti, l’autrice ci dona miniature che attraversano le stagioni, accolte come amiche e pensieri floreali che resistono alla malinconia. Ci racconta il suo amore per il terrazzo, ma anche per le strade, che nella pianura lasciano andare via (ma poi riportano sempre a casa), con uno sguardo fresco e complice della vita in tutte le sfumature.
"Viene voglia di essere pavarina color ramarro, lenticchia di fiume o di fosso, che si sposta sulla pelle dell’acqua dolce, mai attratta dal fondo, solo leggera leggera. Radici umide e grani verdi piatti e mobili. Unita e spersa. Anche quando è ferma, la pavarina è in viaggio: le basta l’aria per muoversi o un improvviso tuffo a cul-in-aria di un’anatrina. Ma la direzione c’è, al di là degli orizzonti scorciati. E lì si lascia arrivare."

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Recensione di Corrada Spataro
L’iniziale andamento narrativo pare suggerire una distanza tra l’autrice e il suo terrazzo. Si assiste ad un gioco tra natura e sentimenti e sentimenti per la natura che svolgono un ruolo dialettico e si muovono a ellisse tra la centralità della scrittrice, il suo terrazzo e l’imprevedibilità del tempo caldo-freddo- pioggia-vento, che diventa sempre più intricato e complesso, e tale da provocare in Zena emozioni e preoccupazioni che si riflettono sempre più insistentemente su universi di realtà interiori. Terrazzi che superano dimensioni esigue e si accostano agli spazi sfuggenti dell’animo e delle sue meditazioni. Cosicché il conversare di Zena sviluppa un pianeta interconnesso di natura e spirito dal cuore luminoso, richiamo di seduzione in cui ogni allegoria diventa contemplazione.
Ogni pianta ha il suo nome e ogni nome è un suono in quel terrazzo fra muri: la madresilvia che schiuderà, le bacope da piantare nel mezzo tronco cavo, il vaso di vetro blu per narcisi e giunchiglie, l’indifferente glicine, le pervinche fiorite, la spirea minuta e delicata, i germogli di luppolo, le foglie dell’aralia che giocano coi ligustri, la maonia, la spinosa, e la tuia che resistono orgogliose a dicembre e poi ancora e ancora. Viole d’inverno, che regalano il colore del sole e del cielo. Colori dipinti oltre ogni soglia, sfrontati e inusuali come le amicizie con i pettirossi, là dove tutto muta, si riprende, rinasce. C’è un mormorio che sta dietro al terrazzo: una fusione di suoni ora lenti o vivaci, un accordo sinfonico come frammenti di poesie, cosicché ogni distanza tra il terrazzo e l’autrice si annulla.
Emerge un pensiero dinamico, un terrazzo che sfida ogni limite e si avvale delle opportunità dettate dall’impegno, dalla passione, dall’amore, dal superamento di errori e avversità. La vita diventa sfida e adattabilità, sviluppo e crescita del pensiero nelle avversità della vita. Un viaggio che attraversa tutte le occasioni fornite dall’esistenza con le sue battute d’arresto e il desiderio di sciogliersi al calore di certi muri nella carezza pigra di un cortile.
Ma il viaggio non si arresta, ricomincia, e Zena torna a riscoprire la dolcezza della vita che si racchiude in una mela…in una speranza…in una pausa breve. Occorre aspettare che riaffiori e far bastare quanto ha già dato. Riaffiora l’abbraccio incondizionato alla nostalgia benefica, emozione mai sopita o barattata con il dolore. Il terrazzo è la sua stanza senza soffitto, è la sua vigna come lo è stata per Pavese… sale sul dorso di un colle fino a incidersi nel cielo. La vite nasconde tesori tra la terra e il cielo.
Zena guarda ancora a quel ragazzo della vigna, ma non fugge, ricorda e sa aspettare. Sa incontrare le sue emozioni, il suo tempo che spesso cammina piano, segue i suoi ritmi ma non scompare.
Zena assieme alle morte stagioni e ai suoi cieli ritrova il tempo presente, quel tempo immobile con quale il suo cuore sa sempre dialogare.
Il richiamo alla vite non è casuale né segna semplicemente l’incontro dichiarato con il grande autore. La vite diventa vita d’elezione, è l’incontro con l’eterno, simbolo di spiritualità, di promesse, di unioni, di buoni frutti, di simbiosi dell’umano. Religione di un Essere che si fa profeta. Una parabola mai conclusa per ogni donna e per ogni uomo.
Il suo terrazzo è simile alla vite con i suoi tralci. Conserva voci impigliate tra i rami, trattiene il miele dell’anima e la promessa di tornare a fiorire.
Il terrazzo è la sua terra promessa. In essa si apre una molteplicità di strade. La strada di Viazzuolo, di Barachin, dell’argine, del temporale, del granturco, la strada di mezzo, quella degli aironi, dei colli, e per ciascuna viene voglia di seguire un cielo di pesca e d’amarena, di paesi, di case e di orti dove a destra c’è un sole che muore e a sinistra vai incontro a un sole che nasce. Per ognuna si aprono scenari e il lettore si attarda in quel teatro e lo fa proprio. Rivive i suoi ricordi, le memorie, i desideri e si apre a nuove strade.
C’è la strada per Gonzaga, una terra che circonda e assimila. Lungo i suoi confini aperti, Zena ripercorre passi antichi recando garofani rossi. Sulla strada per Gonzaga (vista dall’alto con gli uccelli o dagli alberi sulla terra) occorre mettere dell’altro fra il viaggio e l’arrivo. Perché Gonzaga è l’idea che diventa ideale. L’ideale del Padre e dei Padri. È il luogo in cui i morti Partigiani ricevono fanfare, strisce tricolori, allori e ragazzi, ricevono pensieri ai loro pensieri, a quei passi, a quelle sedie, a quelle mani legate. C’è la strada per Gonzaga e conduce al suo testamento: di valori, di qualità e di virtù umane spese in comunione con ogni alito di vento e semi da piantare e coltivare.
C’è la strada verso casa: c’è in quella casa una stanza. In quella stanza il terrazzo si fa silenzio, c’è nella sua casa la stanza per i silenzi. Io rimango sulla soglia, lascio al lettore la scoperta dei suoi linguaggi interiori, l’emozione e la dolcezza di soggiornarvi senza far rumore, per assorbire il canto della stanza.